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Friuli

Ricordi
Art. Roberto Del Perugia

6 maggio 1976 - 6 maggio 2016
Sono passati quaranta anni. Quaranta, mica cinque, dieci o venti, ma ben quaranta!
Esattamente oggi di quarant’anni fa, era sera ed ero in caserma, a Reana del Rojale vicino a Udine.
La caserma Celio Nanino, chiamata anche “Fort Apache” perché in aperta campagna.
Nonostante fosse maggio, la serata era calda molto calda, forse troppo.
Alle 21.00 del 6 maggio 1976 la terra tremò, forte e violentemente.
Ho un ricordo così vivo di quei terribili momenti che mi sembra siano avvenuti da poco tempo.
Tutto si muoveva così velocemente che non era possibile pensare. Soltanto l’istinto ci consenti di uscire rapidamente dalle camerate.
Fuori nel cortile, al termine dell’interminabile scossa, il silenzio era irreale.
Passati i momenti iniziali di smarrimento, immediatamente in tutti noi Artiglieri nacque la consapevolezza che doveva essere successo qualcosa di grave, sicuramente da qualche parte era accaduto qualcosa di grave.
Qualcuno da qualche parte doveva aver bisogno di aiuto. Si, ma dove?
Il 3° Gruppo del 27° Rgt.a.pe.smv era comandato da persone straordinarie ( Ten. Col. Pietro Solaini, Cap. Giuseppe Morea, Cap. Giuseppe Caporale, Ten. Fausto Labella, Ten. Rocco Panunzi e tanti altri di cui purtroppo non ricordo i nomi) così come straordinari si rivelarono tutti, ma proprio TUTTI gli Artiglieri.
Ci mettemmo subito in moto, ognuno ai propri compiti, senza bisogno di ordini, senza concitazione ma con estrema efficacia ed efficienza.
CM e CP uscirono per andare a recuperare gli Artiglieri in libera uscita, mentre nei vialetti interni della caserma si formarono le colonne di AR, CM, CP sui quali caricammo materassi, coperte, generi alimentari. Pronti per andare. Dotazioni individuali: anfibi, borraccia, elmetto. Mentre i CM e i CP rientravano con gli Artiglieri recuperati, alle 22:30, 23:00 circa, la prima colonna partiva uscendo dall’uscita principale diretta in montagna sebbene ancora nessuno sapesse come impiegarla, cosa fare e dove andare.
Missione: prestare aiuto laddove fosse stato richiesto.
Non feci parte di quella prima squadra ma quella notte stessa, insieme agli altri commilitoni rimasti in caserma cominciammo a lavorare per supportare i cambi di turno delle squadre. Furono tirate fuori dalle rimesse le cucine da campo, provvedemmo a pulirle, rimetterle in servizio, verificarne la funzionalità, agganciarle ai mezzi di traino e inserirle nelle ulteriori colonne di mezzi in formazione nei viali della caserma. Lo stesso fu fatto con i rimorchi che trasportavano i serbatoi di acqua; furono puliti, bonificati, riempiti di acqua potabile e inseriti anch’essi nelle autocolonne.
Fu deciso di evitare per quanto più possibile la permanenza all’interno delle strutture in muratura della caserma, pertanto furono montate le tende nelle aiuole e nei piazzali. Il capannone che fungeva da rimessa dei mezzi fu trasformato in una enorme camerata e svolse questa funzione per molti mesi.
La mattina del 7 maggio i ragazzi tornarono sfiniti e sconvolti per ciò che avevano visto e ciò che avevano fatto. Almeno a “casa” trovarono i letti pronti per potersi riposare. Rientrate le squadre di un turno partivano quelle del turno successivo.
A ritmo serrato per i primi giorni finché si riusciva a trovare ancora qualcuno in vita o c’era la speranza di trovare qualcuno in vita.
Anch’io feci parte di queste squadre e la prima volta, quando arrivammo nella zona assegnata rimasi sconvolto. Ciò che vidi era ben oltre ogni immaginazione. Macerie ovunque, case sventrate, nei pochi muri rimasti in piedi c’erano fessure enormi. Le cose che più mi impressionarono era il silenzio irreale, o almeno io lo percepivo tale, e gli occhi degli abitanti, tristi per le perdite dei familiari e delle loro case, ma al tempo stesso determinati a rialzarsi subito.
Non ricordo dove andammo la prima volta, forse Trasaghis, forse Gemona o forse Maiano o forse qualche altro paese o borgo. Non avevo ancora realizzato la dimensione della tragedia che stavamo vivendo e nella quale in qualche modo ero totalmente coinvolto. Non avendo questa consapevolezza non pensai proprio di individuare i cartelli delle località e memorizzarli. Anzi, mi sembrava di vivere in una situazione irreale. Lo spettacolo che si presentava ai miei occhi era tale da lasciare allibiti e sotto shock. Ricordo bene di essere arrivato in una località dove al lato della strada c’era un tetto, praticamente intatto “appoggiato” su un cumulo di macerie. La casa era crollata e il tetto era ruotato di 90°.
Dove ci veniva chiesto aiuto ci dedicavamo a scavare a mani nude, a rimuovere macerie in posizioni anche precarie e pericolose, ma al momento, un po’ per incoscienza, ma principalmente per la speranza di aiutare qualcuno che poteva essere bloccato sotto i cumuli, a nessuno di noi passava minimamente per la testa di pensare alla precarietà dei luoghi. Anzi, ricordo che anche quando qualcuno ci faceva notare la pericolosità della situazione, la nostra incoscienza aveva il sopravvento e ce ne fregavamo. L’obiettivo primario e fondamentale era aiutare, nient’altro.
Ciò che ancora mi è rimasto nel cuore è la strana sensazione che ho provato a causa dell’abitudine, sicuramente è lo spirito di conservazione.
Al primo cadavere che trovi ti senti male da svenire, lo stomaco si rivolta e ti gira tutto intorno. Al secondo sei invaso dalla nausea, ti viene da piangere ma vai avanti. Il peggio è dal terzo in poi, non provi più niente. Ti sei abituato alla realtà che ti circonda. Sei una macchina, un automa, rapido ed efficiente.
Nei giorni successivi, mi sembra fosse il terzo o il quarto giorno, quando tornammo in zona rimasi colpito dall’odore forte e penetrante tipico della decomposizione che impregnava tutta l’aria. Ci illudevamo che quel cattivo odore provenisse da carogne di animali, ma sapevamo che non era così. Uomini, donne, bambini, giovani e anziani, persone, che avevano giocato, riso, pianto, lavorato, sofferto, fatto sacrifici per costruire qualcosa, in quel momento erano sepolti sotto cumuli di macerie.
Ci dettero delle mascherine antipolvere che niente potevano contro quell’odore penetrante. In ogni caso non aveva importanza. Lavoravamo con la speranza di riuscire a trovare ancora qualcuno in vita.
Un giorno ci portarono a Gemona presso la caserma degli Alpini dove erano crollate delle palazzine. Anche in quel posto ci furono dei morti. Quegli Alpini erano Artiglieri come noi, di leva come noi. In quell’occasione ebbi la consapevolezza, per la prima volta nella mia vita, che nonostante la situazione di tragica emergenza i “deficienti” esistono sempre in qualsiasi occasione e non si smentiscono mai.
Un Tenente (SPE) degli Alpini ci voleva far scavare in una zona dove, secondo la sua mente malata, si sarebbe dovuta trovare l’armeria. Ebbene si, secondo lui era importante cercare i Garand sepolti piuttosto che verificare l’assenza di Alpini sepolti. Mi rifiutai soddisfare la sua richiesta, feci un perfetto saluto battendo i tacchi, gli voltai le spalle con un dietrofront da manuale lasciandolo in mezzo al piazzale a sbraitare frasi insensate e me ne andai ad aiutare altri commilitoni che stavano facendo qualcosa di utile. D’altra parte misi in pratica uno degli insegnamenti ricevuti al C.A.R.: gli ordini sbagliati non si eseguono.
Questo tipo di interventi durò grossomodo per circa un paio di settimane, dopodiché venimmo impiegati per fare attività diverse. Fummo adibiti al trasporto di materiali di prima necessità per la popolazione stabilita nelle tendopoli, mentre altre volte, invece, ci furono date fondine e pistole, rigorosamente scariche, e facemmo ronde per contrastare gli sciacalli.
A fine maggio tutto finì e non venimmo più impiegati.
L’11 e il 15 settembre ci furono altre scosse di notevole intensità. Finirono di distruggere ciò che era pericolante ma in quell’occasione il nostro reparto non fu impiegato.
Oggi, ripensando, a mente fredda, a quei giorni mi rendo conto che il mio anno di leva non è stato assolutamente tempo perso, come invece allora erano in molti a considerarlo. Inoltre, nonostante non ci fosse Internet, Google o Maps, nonostante le comunicazioni fossero difficoltose, non c’erano cellulari, in meno di due (dico 2) ore Comandanti preparati e splendide persone organizzarono interventi di aiuto efficaci ed efficienti. Ragazzi splendidi, poco più che adolescenti, con elmetti da guerra, praticamente inutili, con sulla faccia mascherine antipolvere o con il fazzoletto giallo contro la polvere e a mani nude, hanno fatto miracoli.



Questo è ciò che ho trovato molti anni dopo.
27° Reggimento Artiglieria Pesante Semovente
Medaglia di bronzo al valore dell'Esercito
Data del conferimento: 04/01/1978

Motivazione:
Intervenuto con provvida iniziativa e tempestività in operazioni di soccorso alle popolazioni del Friuli duramente colpite da un grave sisma, si prodigava, con fraterno slancio, e con coraggio e perizia, per più giorni, nell’opera di rimozione delle macerie, di soccorso ai feriti e di ausilio ai sopravvissuti. L’impegno generoso dei Quadri e degli artiglieri contribuiva validamente ad alleviare le conseguenze dell’evento tellurico”.
Maiano, Gemona, Trasaghis, 6 - 15 maggio 1976.

Quei Comandanti e quegli Artiglieri se lo sono proprio meritato.

SEMPER AUDERE

 
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